
Conversazioni sul legno · 01
Come è fatto un parquet, davvero.
Una conversazione con Guido Bressan, dottore in Scienze Forestali: da dove arriva il legno, che cosa c’è sotto la superficie e perché quasi tutto quello che conta non si vede.
Wood is an attitude
Di un pavimento in legno si guarda quasi sempre la stessa cosa: la superficie. Il colore, la venatura, la larghezza della doga. È la parte che si vede, ed è anche l’unica su cui il mercato ha imparato a costruire un racconto. Quello che sta sotto — il supporto, la colla che lo tiene insieme, la foresta da cui è uscito il legno e il modo in cui quella foresta viene governata — resta quasi sempre fuori dalla conversazione.
Abbiamo chiesto a Guido Bressan di rimettercelo. Bressan ha una laurea in Scienze Forestali e una specializzazione nelle tecnologie industriali del legno; ha lavorato per parchettifici importanti e conosce la filiera dal bosco alla plancia finita. Ne è uscita una conversazione lunga un’ora, in cui diverse convinzioni diffuse — alcune vendute come argomenti di qualità — vengono ridimensionate con molta pacatezza e molti fatti.
Qui sotto la trascriviamo nei suoi passaggi principali. L’audio integrale è in fondo alla pagina.
La quercia sofferta
Il punto di partenza è un legno che PARÁL usa da tempo e che internamente chiamiamo quercia sofferta: tavole dal colore irregolare, percorse da segni scuri, a volte forate. Un aspetto che molti scambierebbero per un difetto. È invece il risultato di una gestione forestale precisa.
Ci racconti che cosa succede nei boschi? Perché è molto interessante e vorrei condividere queste informazioni.
Questo specifico caso è un esempio molto semplice, nella sua concezione, di una gestione forestale oculata. Non andiamo a inventare nulla, se non utilizzare le piante derivate dalla gestione forestale, secondo un’impostazione millenaria che origina dall’educazione della selvicoltura. Ricordiamo che la selvicoltura è una scienza che nasce proprio in Italia.
Si prevede che le piante che abbiano, per qualsivoglia motivo, una debolezza botanica — spesso causata da insetti xilofagi, tarli, ma anche da alterazioni batteriche, o che nella loro stazione di crescita non hanno trovato un ambiente favorevole — e che quindi non sviluppano un fusto importante, si trovino a rimanere un po’ soffocate tra le altre.
La conseguenza è controintuitiva, ed è il cuore della questione: quelle piante vengono selezionate e tagliate proprio per tutelare la salute del bosco, perché non diventino veicolo di patogeni per le piante sane. E vengono tagliate nei mesi caldi, da aprile a settembre — esattamente il periodo in cui, di norma, in selvicoltura non si taglia.
Il legno che ne esce è sano dal punto di vista istologico. Non è deperito, non è marcescente. Porta però i segni della propria biografia: fori di sfarfallamento del tarlo, striature nere di tannino calcificato, una fibratura più contorta e meno omogenea. Sono accezioni del tutto naturali, in nessun modo di derivazione artificiale.

E i tarli? Una domanda che ci fanno tutti
A proposito di muffe, batteri o tarli: per noi è cosa ovvia, ma possiamo confermare che non vi sia alcun rischio per chi acquisterà il parquet?
Non c’è nessun rischio. Nel caso del tarlo, che è il più conosciuto, si tratta di insetti che non hanno una grandissima resistenza: muoiono oltre determinate temperature, e questo vale sia per l’insetto in vita sia per le uova. Questo legno, una volta esboscato, viene prima evaporato — immerso in un ambiente saturo di vapore acqueo e temperature elevate, fino a 80 gradi — e poi essiccato. Abbiamo la certezza assoluta che tutto quello che è tarlo, uova e batteri sia assolutamente debellato. Rimane solo traccia della loro attività nel periodo in cui la pianta era in piedi.
Sul perché quella filiera sia affidabile, Bressan indica una ragione storica precisa: le foreste da cui questo legno proviene — Slovenia, Croazia, l’area dell’ex Iugoslavia — sono governate da una delle organizzazioni forestali più antiche d’Europa, secondo un’impostazione che risale alla Repubblica di Venezia e che è stata mantenuta nel tempo. Foreste sane, gestite bene, senza rischi di sovrasfruttamento.
Un patrimonio dimenticato
C’è un dato che sorprende quasi tutti quelli a cui lo raccontiamo, e che vale la pena fissare prima di ogni discorso sulla sostenibilità del legno.
Il bosco italiano
Cresce, ed è quasi tutto in mani private
della superficie nazionale è coperta da foresta. Un valore molto alto, e in crescita.
è di proprietà demaniale: il governo statale riguarda una quota minima.
sono particelle boschive private, che si tramandano di famiglia in famiglia.
Fonte: dati citati da Guido Bressan nell’intervista, riferiti al patrimonio boschivo italiano.
Il problema, spiega Bressan, non è la disponibilità: è il disinteresse. «Il problema deriva dal calo drastico, come ce ne fossimo dimenticati, dell’utilizzo di queste risorse». Già dopo le guerre il patrimonio boschivo italiano era ricco di legname di pregio, ma logiche commerciali e ambientali ne hanno fatto svanire l’interesse.
È un peccato doppio: una risorsa non impiegata sul piano industriale, e — venuto meno l’interesse economico — un bosco che viene anche trascurato. Perché il bosco, per restare in salute, ha bisogno di qualcuno che se ne occupi, e occuparsene costa.
Non è il tagliare una pianta nel bosco che ne determina il danneggiamento.
Guido Bressan
Una pianta in città e una pianta nel bosco non sono la stessa cosa
È il punto su cui abbiamo chiesto di fare chiarezza una volta per tutte, perché genera equivoci continui. La risposta distingue due situazioni che hanno poco in comune.
L’albero urbano ha una funzione ornamentale ed emotiva, caratterizza una via o un parco, e va tutelato e gestito nella sua vita finché non diventa pericoloso: in città il verde è sempre troppo poco. Il bosco è un’altra cosa — un ecosistema che produce, e che ha bisogno dell’intervento umano per generare fusti di valore invece di chiudersi in macchia arbustiva. Lasciato del tutto a sé, un bosco non diventa automaticamente migliore.

I legni europei e italiani che meriterebbero più spazio
Alla domanda su quali specie siano interessanti oltre al rovere, Bressan ne indica diverse, tutte con una ragione precisa.
Cinque legni da riscoprire
- Robinia (acacia) — presente a livelli quasi infestanti, cresce da sé in pianura e su terreni ripariali, praticamente a costo zero. Estetica dolce e di grande valore.
- Frassino — molto diffuso, con una personalità spiccata che lo differenzia nettamente dal rovere.
- Castagno — cresce da nord a sud lungo tutta la penisola. Cugino stretto del rovere per proprietà meccaniche, ma con un’estetica sua e riconoscibile. La sua forte componente tannica lo rende utile anche in farmaceutica e conceria.
- Acero di montagna — legno resistente, dal carattere austero tipico delle essenze cresciute a temperature rigide, con un pallore bellissimo.
- Resinose alpine — impiegate da secoli per baite, case e pavimenti; mantengono un aspetto montano che le rende adatte a certi ambienti più che ad altri.

Sotto la superficie: betulla o abete
Qui la conversazione entra nella parte più tecnica, ed è anche quella che incide di più su come un pavimento si comporterà negli anni.
Quasi tutti i pavimenti in legno oggi sono prefiniti: non legno massiccio, ma una costruzione ingegneristica a due o tre strati. La ragione è che il legno è igroscopico — assorbe e cede umidità, e cambiando volume si muove. Oltre una certa dimensione il massello diventa instabile, tanto più negli ambienti domestici di oggi, molto coibentati e con parametri di umidità e temperatura restrittivi per il legno.
La domanda vera, quindi, non è se il pavimento abbia un supporto, ma di che cosa sia fatto.
Le due costruzioni a confronto
Multistrato di betulla e supporto in abete
Multistrato di betulla (plywood)
La soluzione tradizionalmente più diffusa in Italia.
Supporto in abete
Listelli massicci svincolati l’uno dall’altro.
Schema redatto sulla base della descrizione tecnica fornita da Guido Bressan. Gli spessori del disegno sono indicativi e servono a rendere leggibile la differenza di costruzione, non a rappresentare misure reali.
Il ragionamento che tiene insieme tutto è questo: oggi i pavimenti si posano su massetti radianti, con riscaldamento e raffrescamento. Paradossalmente serve meno rigidità, non più. Serve un pavimento capace di adattarsi al sottofondo, perché sopra e sotto la doga le condizioni sono diverse — e cambiano durante l’anno.
Il supporto, essendo così duttile e flessibile, accetta queste differenze e non le traduce in movimenti nella parte soprastante, in legno nobile, che è quella di nostro interesse. È un operaio talmente fedele che non fa grandi scherzi.

Due convinzioni diffuse che non reggono
Il tre strati è meglio del due strati. Non in assoluto. Il terzo strato ha senso nella posa flottante, dove la struttura deve compensare da sola i movimenti del pavimento. Nella posa incollata quel lavoro lo fa la colla: il tre strati non aggiunge nulla.
Il controplacco nella stessa essenza è un pregio. È soprattutto un fatto psicologico e commerciale. In teoria un pannello va costruito simmetrico lungo lo spessore — ma solo se sta in un ambiente omogeneo, e il pavimento non lo è: sopra e sotto ha condizioni diverse. Un po’ di asimmetria è quindi opportuna, e il terzo strato può essere fatto di legni resinosi o più teneri.
Il dettaglio che quasi nessuno rispetta
- Anni fa il dottor Berti del CNR osservava che, per ottenere davvero equilibrio con un controplacco nella stessa essenza, occorrerebbe che se la parte superiore è fiammata lo sia anche quella inferiore: la fiammatura ha un movimento circa doppio rispetto alla rigatura.
- Questa accortezza è rarissima. Anzi, nella parte sottostante si usano spesso scarti: non una lamella intera, ma pezzi diversi affiancati.
- Conclusione di Bressan: un’operazione che risponde a un’aspettativa psicologica, e che può risultare persino controproducente.
Una nota sulla betulla che pochi si aspettano
C’è un fattore che sta cambiando la disponibilità del multistrato, e non ha a che fare con il mercato. Le foreste del nord Europa da cui la betulla proviene stanno cambiando: il terreno non ghiaccia più come servirebbe per entrare con i mezzi motorizzati ed esboscare i tronchi. Il suolo resta cedevole e fangoso.
«Sono problemi di cui adesso il mercato non risente ancora, ma nel giro di non molto tempo si inizierà a percepirne le conseguenze».
Le misure che contano
Nel confronto tra preventivi lo spessore del legno nobile è quasi sempre il primo numero che si guarda, con l’idea che più millimetri significhino più qualità. La risposta è netta e va contro l’intuizione commerciale.
Strato nobile
Perché quattro millimetri bastano
4 mm di nobile
Sufficienti a garantire al pavimento una vita ben più lunga della nostra.
6 mm e oltre
Più legno pregiato immobilizzato, senza un vantaggio d’uso corrispondente.
Massello
Tutto lo spessore è nobile: massima rigidità, e limiti dimensionali stretti.
Le proporzioni del disegno sono schematiche. La soglia dei 4 mm è quella indicata da Guido Bressan come sufficiente.
Le tre ragioni, nell’ordine in cui le ha date: quattro millimetri bastano a garantire una durata superiore alla nostra vita; i trattamenti di superficie — vernici e oli — sono migliorati in modo esponenziale, e con essi la capacità di resistere e di essere manutenuti; e la lamatura ormai non si fa quasi più, perché è un intervento scomodo che i trattamenti moderni hanno reso in gran parte superfluo.
Il vero parametro critico è un altro, e non è lo spessore.
Quello che cambia e che può creare problemi è sempre la larghezza dell’elemento.
Guido Bressan
Il legno si muove in senso radiale: gli effetti macroscopici si vedono sulla larghezza della doga. Su una struttura rigida — il massello, o il multistrato di betulla — quelle variazioni possono arrivare a un punto di non ritorno.
Nel massello il fenomeno resta reversibile, ma produce l’effetto barchetta o schiena d’asino, che oltre un certo livello diventa fastidioso: per questo col massello non ci si spinge oltre certe dimensioni. Nel multistrato di betulla il limite è diverso e più serio: la colla si muove molto meno del legno. Oltre una certa deformazione i giunti possono cedere, e a quel punto la deformazione diventa irreversibile — quel pavimento potrebbe non rientrare più in sede.
Con l’abete il quadro cambia: colla vinilica, elastica, un solo giunto, e un materiale che ha la capacità naturale di tornare. Questo consente larghezze importanti anche su spessori bassi, intorno ai 10 mm. Che è esattamente ciò che serve negli interventi di restauro, dove l’altezza disponibile è poca.
Quello che si respira in casa
Da qui in avanti la conversazione smette di parlare di prestazioni e comincia a parlare di aria. È la parte che riguarda più da vicino chi in quella casa ci vivrà.
Il multistrato è pesante perché contiene molta colla, e quella colla entra in casa insieme al pavimento. Bressan propone una verifica che chiunque può fare in fabbrica o in magazzino, e che è più eloquente di molte schede tecniche.
Tagliando un supportato in abete, a due o tre strati, noteremo che è profumatissimo, mentre tagliando un multistrato si ottiene un odore sgradevole. Già questo deve far pensare.
La differenza è nella chimica. Il pannello multistrato nasce per usi strutturali e usa colle molto forti — «una chimica rabbiosa», dice — che sottoposte a riscaldamento e raffreddamento vengono stimolate al punto da liberare sostanze invisibili. Sono i collanti fenolici e i VOC, i composti organici volatili. La scelta preferibile è l’accoppiamento di due legni vergini tenuti insieme da una chimica minima, privilegiando collanti vinilici rispetto agli ureici.
C’è poi un aspetto che nel nostro lavoro vediamo continuamente sottovalutato: in una ristrutturazione non entra soltanto il pavimento. Entrano mobili, vernici, smalti, tessuti. Le emissioni si sommano, e nessuno le somma. Ridurle dove è possibile è semplice buon senso. Esistono per questo certificazioni e labels che misurano il contenuto di VOC dei prodotti destinati agli ambienti chiusi: sono uno strumento concreto per scegliere con cognizione, e i produttori sono sempre più sensibili all’argomento.
Vernice od olio: nessuna guerra di religione
Sulla finitura Bressan non demonizza nulla. L’industria europea delle vernici per legno è la più avanzata e ha fatto passi da gigante nel ridurre le componenti dannose: «le vernici in uso attualmente sono lontane anni luce dalle vernici che c’erano anche solo dieci anni fa».
L’olio ha dalla sua una composizione più naturale ed è ripristinabile: una manutenzione oculata lo mantiene bello nel tempo, come un elisir di lunga vita. La vernice è la soluzione ideale per chi sa che non farà molta manutenzione. La scelta giusta dipende da come si vive la casa, non da una classifica.
Le vernici antibatteriche: mettiamo le cose in fila
È il passaggio più diretto dell’intervista, e riguarda un argomento su cui negli ultimi anni si è costruito parecchio marketing.
Quattro fatti da tenere presenti
- Il legno non è una superficie attrattiva per i batteri, per propria natura. Come esempio Bressan cita le piscine: sui pavimenti in legno non si prendono le verruche, semmai avviene l’esatto contrario.
- Una normale pulizia con sapone neutro, o con percentuali bassissime di alcol, abbatte moltissimo la carica batterica di qualunque superficie.
- La sensibilità nata con il COVID riguardava un problema virale, non batterico: sono due cose diverse. Trattare la superficie con sostanze virucide richiederebbe prodotti così aggressivi da non essere necessari.
- Sulla reale efficacia commerciale del claim, la conclusione è netta: anche i responsabili delle fabbriche di vernici confermano che è una questione più commerciale che pratica.
Il punto non è spaventare, ed è bene dirlo con chiarezza: un pavimento in legno pulito normalmente non è in alcun modo una fonte di pericolo. Il punto è non far pagare a qualcuno una rassicurazione che non gli serve.
La durata è la vera sostenibilità
Alla domanda su quale sia la peggiore abitudine del settore, la risposta non riguarda un prodotto ma un comportamento.
Io credo che la peggiore abitudine da denunciare sia proprio quella di non offrire un’informazione trasparente. Il pavimento in legno è un prodotto che, nella sua composizione, prevede l’utilizzo di una materia che è di per sé stessa il massimo della trasparenza, della semplicità. Il mercato ha cambiato le carte in tavola.
Essendo un prodotto di pregio, il pavimento in legno ha attirato un’offerta d’importazione dal prezzo sempre più basso e dall’estetica allettante. Per far scendere quel prezzo si risparmia su ciò che non si vede: vernici e collanti. E l’attenzione alla gestione della risorsa legno diventa l’ultimo dei pensieri.
L’altra cattiva abitudine è speculare, e riguarda chi compra: valutare un pavimento solo dalla resa estetica. Senza chiedersi di che legno sia fatto, quale storia abbia, quale azienda lo abbia trasformato e con quali componenti — nel rispetto di chi lo userà, di chi lo ha prodotto e della foresta da cui viene.
Dal momento che il legno una volta trasformato è eterno, un principio di buon senso è gestirlo al meglio perché viva il più a lungo possibile.
Guido Bressan
È qui che si chiude il cerchio aperto nel bosco. Un bene durevole non dovrebbe essere trattato come un prodotto usa e getta: un pavimento in legno può cambiare nel tempo, ma con le tecnologie di manutenzione attuali non diventa mai brutto. Farlo durare conviene a chi lo possiede, e conviene su una scala molto più larga.
La nostra idea, che abbiamo proposto a Bressan e che ha condiviso, è che il parquet vada considerato parte della casa — al punto da poter essere rivenduto insieme a essa, perché chi la vivrà dopo di noi possa continuare a goderne. Non è una posizione romantica: è il modo più concreto di dire che la sostenibilità di un materiale si misura in anni.
Ascolta la conversazione integrale
Un’ora di intervista, senza tagli
Nel podcast trovi anche i passaggi che qui abbiamo sintetizzato: il termotrattamento, la silvicoltura come scienza nata in Italia, il ruolo economico del bosco di montagna.
Chi è Guido Bressan
Laureato in Scienze Forestali, con una specializzazione nelle tecnologie industriali del legno — dalle prime lavorazioni alle ultime, parquet compreso. Ha lavorato per parchettifici italiani di primo piano e si occupa da anni di selezione della materia prima e di costruzione dei pavimenti in legno.
Le fotografie che accompagnano questo articolo sono elaborazioni realizzate per PARÁL a scopo illustrativo. I dati tecnici, le cifre e le citazioni provengono integralmente dall’intervista, che potete ascoltare senza tagli nel podcast.
Vuoi sapere come è fatto il tuo pavimento.
Portaci un campione, una scheda tecnica o semplicemente il nome del prodotto che ti hanno proposto. Ti diciamo che cosa c’è sotto la superficie, senza vendere nulla.