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Marco Visconti: La Fabbrica di Melfi

Marco Visconti: La Fabbrica di Melfi

Pensando alla vita di città con questa frenesia del fare, aumenta anche l’ansia: cosa si può fare a livello architettonico degli edifici o con gli oggetti design per creare un senso di calma e di pace?

“Questo è un discorso molto bello, sono tanti gli edifici che abbiamo fatto, ma ne prendo solo uno, importantissimo, che ho fatto quando ero ragazzo. Anche lui contiene forse il germe iniziale che poi mi ha fatto fare tutto il resto: capire la ragione delle cose. Se capisci la ragione delle cose, l’edificio ti accoglie e tu sai di essere in un ambiente governato da una materia che è disegnata secondo la ragione delle cose. Parliamo della fabbrica di Melfi che ho fatto quando ero appena entrato alla Fiat Engineering dopo la scuola di Renzo Piano e dopo essere andato negli Stati Uniti a fare un master in architettura. Sono rientrato a Torino e mi è capitato di progettare la fabbrica per 6 mila persone che partiva da un prato verde, quindi una grande responsabilità.

Avevo una gigantesca superficie a disposizione, quindi la preoccupazione di non rovinare l’ambiente con qualcosa di quel genere era fortissima, anche perché lo ricordo ancora e lo dico spesso quando vado a una conferenza: non avevo ancora 15 anni quando con i miei siamo andati a fare la visita che ogni italiano dovrebbe fare a Montecassino dall’alto dove c’è il cimitero. Dall’alto domini la Piana di Cassino e se guardi giù c’ è la fabbrica della Fiat che è orrenda, dire orrenda è dire poco. Allora con mio padre vicino gli ho detto, sapendo che mi piaceva disegnare, ero più o meno convinto di fare l’architetto già da allora: “farò tutto tranne che progettare una fabbrica così”. La prima cosa che mi capita di fare alla Fiat è la fabbrica di Melfi, più grande di quella di Cassino.

Grazie al cielo a Melfi non c’ è una montagna che incombe, quindi non la vedi così. Comunque ho prestato grande attenzione sia alle facciate che ai tetti. La sostenibilità lì l’abbiamo fatta in sordina, non potevamo neanche denunciare il fatto che stavamo facendo qualcosa di sostenibile, però abbiamo operato, abbiamo fatto delle cose perché quando ero negli Stati Uniti avevo studiato un bel po’ il tema, che già c’era da anni.  Prima di tutto tutti gli scavi di fondazione non li abbiamo portati via: la terra l’abbiamo usata per generare le colline artificiali che poi abbiamo usato per calibrare l’impatto dell’edificio. Benché fosse un edificio molto basso e lungo, abbiamo calibrato il terreno frontale con colline artificiali per nascondere quasi questi edifici che così rimanevano nella natura. Soprattutto la parte centrale che era fatta da uffici, ristorante, spogliatoi, zona di accoglienza dei visitatori; questa cosa immersa nella natura attraverso colline che arrivavano dal riuso della terra. Poi abbiamo tagliato l’edificio a fasce orizzontali che prendono esattamente il colore della pianura quando è verde, quindi abbiamo usato il verde di Melfi che fra l’altro è uguale al verde delle persiane di Melfi, un verde particolarissimo.

L’abbiamo usato per le lamiere di facciata. Il resto che non era verde ma di alluminio brillante serve per riflettere la luce del sole che cambia in ogni momento, quindi questa attenzione all’orizzontalità ci ha permesso di schiacciare l’edificio verso il basso e diminuire l’impatto ambientale. La parte centrale poi è una forma ad anfiteatro, che apparentemente è una forma molto evidente, perché l’anfiteatro è una specie di semicerchio che dall’alto si vede, però capisci la logica di questo semicerchio perché a cinque chilometri in linea d’aria da lì, c’è l’anfiteatro romano di Venosa e quindi è quasi come se l’anfiteatro romano avesse fatto un figlio più grande di là. Però poi quando sei a livello terra ed entri fabbrica dove era l’anfiteatro non lo vedi più, perché quasi nascosto delle colline e si risolve solo in facciate leggermente curve che ti danno il senso dell’ambiente. Tutti questi fattori sono fattori eterni, sono convinto quando parlano di architettura che non invecchia.

Questa è l’architettura che non invecchia, perché non può invecchiare un’architettura del genere che ti accoglie. Sono andato ancora ultimamente con mio figlio lì a Melfi, benché siano ormai passati quasi 25 anni da quando abbiamo terminato: è un edificio che tiene perfettamente e devo dire se lo dovessi riprogettare oggi non so cosa farei di diverso. Questa azione, questi parametri assieme ti spiegano una cosa: hai fatto le cose giuste in quel momento lì, e questo penso che sia l’abc dell’avvicinare la persona all’edificio, dell’avvicinare la persona al luogo. Ti senti bene, gli operai che una volta aperta la fabbrica andavano a lavorare lì, ogni tanto mi trovavano ancora perché dovevo finire delle cose e qualcuno diceva: “questo è l’architetto”, e mi dicevano anche: “architetto, la ho copiata”. Quindi questo cosa vuol dire magari cosa so, ha preso una piastrella, un colore a casa sua: “la ho copiata”, e questo è un po’ l’onore che in Cina si ha quando ti dicono che copiano, io non sono molto d’accordo in quello perché poi copiano veramente tutto l’edificio! Ma in Cina dicono che quando ti copiano è un onore per il copiato. In effetti lì andava così ed ero contento, loro si trovavano in un bell’ambiente e volevano quasi portarsene un pezzo a casa, quindi evidentemente ero riuscito nell’intento che volevo dar loro.”

Avere una visione così lucida a 15 anni, non potrebbe aver già creato i presupposti, generando la situazione successiva?

“Certo, il presupposto è anche legato a chi ti sta vicino, a chi ti aiuta. Che sia una forza interiore che ti dice “questa è la tua strada” bisogna seguirla.”

‘Grazie, un’ultima domanda: possiamo immaginare alcune possibili affinità? Ad esempio cultura tecnica, ricerca e centralità della persona?’

“Se stai bene lì, vuoi addirittura portare un pezzo di vita a casa. Questa è la soddisfazione. La tecnologia è poi l’abc quando si dice: “cosa devi fare per diventare e per essere un bravo architetto?”. Dico che non ti devi fermare all’architettura, perché saperne in altri campi è la base dell’aggiornamento, quindi la sociologia, l’economia, la filosofia, l’ingegneria: sono tutti i campi che devi in qualche modo conoscere, non dico padroneggiare. Non si può essere Leonardo, non ci chiamiamo Leonardo.” “Le idee nascono anche dai mix di campi diversi…” “Assolutamente, ogni volta che si affronta un tema oggi ne hai bisogno, soprattutto quando affronti temi un po’ grandi hai bisogno di tutte queste conoscenze. Quelle discipline che in qualche modo devono aver attraversato la tua testa.”

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Umberto B.

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